Wednesday, August 03, 2005

GATTO ROBOT

Fra pochi minuti farà il suo ingresso in questo blog un caro mio amico, Necoro. Sì, il Gatto Robot. Tale definizione fu coniata da un nostro amico di università tra una ridacchiata e l'altra a lezione, tale Lopresti, oggi senza dubbio agli arresti domiciliari per tesi di laurea inconcludente. Mi sono sempre chiesto infatti come avrà fatto a scrivere piùà di 100 pagine sulle radio autostradali. Personalmente, piuttosto che fermarlo a casa, gli avrei dato un premio letterario.

Come vedi Gatto Robot, qui si può scrivere di tutto...

Un caro saluto da vlops

Gatto Robot

Fra pochi minuti farà il suo ingresso in questo blog un caro mio amico, Necoro. Sì, il Gatto Robot. Tale definizione fu coniata da un nostro amico di università tra una ridacchiata e l'altra a lezione, tale Lopresti, oggi senza dubbio agli arresti domiciliari per tesi di laurea inconcludente. Mi sono sempre chiesto infatti come avrà fatto a scrivere piùà di 100 pagine sulle radio autostradali. Personalmente, piuttosto che fermarlo a casa, gli avrei dato un premio letterario.

Come vedi Gatto Robot, qui si può scrivere di tutto...

Un caro saluto da vlops

Gatto Robot

Fra pochi minuti farà il suo ingresso in questo blog un mio caro amico, Necoro.
E' proprio lui, il Gatto Robot. L'invenzione fu coniata da un nostro caro amico, tale Lopresti, oggi agli arresti domiciliari per tesi di laurea inconcludente. Personalmente, gli avrei dato un premio: come avrà fatto a scrivere più di 100 pagine sulle radio autostradali?

Gatto Robot, un caro saluto da vlops...

Tuesday, May 10, 2005

Le Crociate


Le Crociate
Originally uploaded by Vito Lops.
Non è un buon film

Wednesday, April 27, 2005

Racconto I - Titolo: Lynchness

Pelton estrasse una sigaretta dal pacchetto e l’accese tirando una densa boccata. La strada era deserta. Così, con le mani al volante e lo sguardo inchiodato oltre il parabrezza aveva un po’ di tempo per riflettere a quello che era successo. A quello che doveva fare adesso. Non aveva molte alternative. O raccontava a sua moglie la verità. O raccontava a se stesso una grande grossa bugia. Per sempre.
L’aveva sognata e poi l’aveva incontrata. Una cosa che non succede mai a nessuno, aveva pensato mentre le si era avvicinato per chiederle il nome. Spinto da un vigore adolescenziale, da una forza che penetra l’inconscio. Lei gli aveva risposto Kelly e lui era rimasto colpito da quella voce infiorata dall’esperienza. Poi lei aveva sorriso guardandolo come si guarda il proprio uomo dopo aver fatto l’amore. Erano vicini all’ingresso di un ristorante e lei stava probabilmente aspettando qualcuno. Il mio uomo mi ha dato buca questa sera. Entra con me. Offro io la cena. Una cosa che non succede mai a nessuno, aveva pensato mentre guardava il menu. Si muoveva con un’eleganza che no, non era più eleganza, era fascino, era savoir faire, era passione. Avrebbe voluto avvinghiarla a lui in quell’istante, senza dover scegliere tra l’entrecote con salsa di naigre e il sarago al cartoccio. Ora, dinanzi a lui, quel mezzo busto con gli occhi di lince e i capelli da pavone stava prendendo qualcosa dalla sua borsetta. Mi chiamo Pelton. Ti ho sognata questa notte. Arrivò il cameriere. Prese le ordinazioni e se ne andò. Come ero vestita? Come ora. Però avevi due orecchini blu e una spilla sul petto. Abbiamo cenato insieme? No, eravamo in un bar. Tu abitavi lì vicino e mi hai detto che passavi molte serate lì. Interessante. Ora Kelly si bagnava le labbra con un po’ di rossetto. Mi hai offerto da bere? Sei stata tu ad ordinare due white russian. White russian? Il mio preferito. Poi dove siamo andati? A casa tua, a due isolati dal bar. Kelly mise a posto il fard. Basta, usciamo da qui. Kelly si alzò, sollevò la borsetta e si avviò verso l’uscita. Accompagnami in quel bar. Quando arrivarono, un uomo alto le si avvicinò e la baciò. Lei si ritrasse. I due parlarono per un po’. Pelton non poteva sentire quello che le stesse dicendo ma osservò con attenzione l’uomo. Era il cameriere. Vestiva un giubbino in pelle ma gli si intravedeva il cardigan bordò che portava nel ristorante. Sediamoci. Kelly ordinò due White Russian. Dice che mi ama. Ma io no. Ti disturba? Nel mio sogno non c’era. Tolse la cannuccia e sorseggiò dal bicchiere. Pelton si innamorò in quell’istante. E scappò. Corse fino a che aveva aria nei polmoni. Cazzo, cazzo, cazzo. Sospirava. Trovò una panchina e si sedette. Era buio, La primavera rendeva meno tetra quell’immagine. Sua moglie lo stava aspettando a casa. Magari stava raccontando ai loro figli che papà stava lavorando più del solito perché un giorno potessero studiare nelle migliori università degli Stati Uniti. Magari avevano già apparecchiato la tavola e aspettavano l’uomo di casa per dare inizio alla piccola solita festa famigliare, la stessa, da tredici anni. Non aveva forse bisogno di un po’ di colore quel quadretto? No.
Hai dimenticato le chiavi della macchina. Pelton le si avvicinò lentamente, studiando la sua bellezza. Le luci soffuse dei lampioni e il blu della notte davano a quella sagoma l’alone di una poesia scesa dal cielo. Mi accompagni a casa? Ho freddo. Pelton non disse nulla. Era questa la casa nel tuo sogno? Si. Spogliami. Pelton rimase colpito dai suoi seni, sodi, caprini, molesti. Poi si svegliò.
Svoltò a destra. Parcheggiò nel viale. Spense i fari. Entrò in casa. I ragazzi dormivano. Si avvicinò in camera da letto. Il cuore non gli batteva più. Avvertì all’improvviso una gran fame. Quando aprì la porta vide sua moglie candida che dormiva. Si tolse lentamente la camicia e le scarpe senza far rumore. Si sdraiò e sentì il profumo delle lenzuola di seta. Fresche come una sera d’estate. Le xerodine erano sparse sul pavimento. Il barattolo era vuoto. E Pelton si innamorò per la seconda volta in quella notte.